La scoperta dell' "altro" Nel primo anno di vita, ognuno di noi compie una scoperta rivoluzionaria: esiste una realtà materiale divisa tra un "io" e un "mondo esterno". La prima distinzione fondamentale è quella con la madre. Comprendiamo, spesso in modo traumatico, che "io" non include la mamma (sì, parlo con te Sigmund). Se nei primi istanti di vita lei sembra un’estensione onnisciente dei nostri bisogni, presto scopriamo che non è così: la mamma non c’è sempre, non capisce tutto. È in questo scarto che nasce il confine. Capiamo che la culla, il cane, il biberon e il papà sono "altro da me". Imparare questa distinzione è vitale: tutto lo svezzamento consiste nell'imparare a interagire con l'esterno per soddisfare i propri bisogni. Impariamo a muoverci verso ciò che ci serve e a difenderci da ciò che percepiamo come minaccia. Iniziamo a costruire modelli di interazione con gli esseri viventi così complessi che non finiremo mai di perfezionarli. Dove finisco "Io"? Sia come sia, il confine sembra chiaro: io dentro, gli altri fuori. Ma chi è questo "Io"? La risposta non è scontata. Riconosciamo la nostra mano come "nostra", eppure la sindrome dell'arto fantasma ci dice che potremmo sentire una mano che non c'è più. Consideriamo i capelli parte di noi, ma rimarremmo noi stessi anche senza. Se la sfera fisica è complessa, quella immateriale lo è ancor di più. Io sono il mio carattere? La mia capacità di scrivere mi definisce? Se non potessi più farlo, sarei ancora io? Per alcuni è più difficile pensarsi senza una funzione intellettuale; per altri il trauma riguarda gli attributi sessuali: "Riesco a sentirmi donna senza il seno? Uomo senza un pene?". L’espansione del dominio: l'io che si allarga oltre me Il concetto di confine si allarga poi agli oggetti. La nostra casa, la nostra auto: sono "altro" o sono "noi"? Secondo lo psicologo Irwin Altman (1975), esistono dei "territori primari" su cui esercitiamo controllo e possesso. Consideriamo questi spazi come estensioni di noi stessi. Ecco perché molti automobilisti diventano aggressivi al volante: percepiscono il veicolo come territorio privato (Szlemko, 2008). Il problema sorge qui: più sento qualcosa come "mio", più reagirò con violenza a ogni interferenza o invasione. L'io (o il sé) è ciò su cui abbiamo il massimo controllo, ma nel tempo tendiamo a espandere questo dominio a dismisura. La trappola dell'Ego ipertrofico Viviamo in una società di ego ipertrofici, alimentata da un capitalismo pubblicitario che ci spinge a dire: "Mio, mio, tutto mio". Il nostro ego è diventato molto più esteso del nostro sé reale. Questa espansione, però, ha un costo altissimo in termini di salute mentale: tutto ciò che minaccia questo “dominio gonfiato” viene percepito come pericoloso. · A livello sociologico, questo genera la sindrome NIMBY (Not In My Back Yard): più ampio è il mio "giardino" ideale, più minacce percepirò dall'esterno. · A livello psicologico, se identifico la mia essenza con la "bellezza", un complimento rivolto a qualcun altro diventerà una ferita narcisistica. Se mi identifico nel ruolo di "brava bambina", ogni critica sarà un crollo emotivo. Il prezzo dei nuovi valori In passato, i valori erano convinzioni ideali (come la patria) per cui si era disposti a morire. Oggi, in un'epoca di valori frammentati, siamo noi a dover scegliere cosa inserire nel nostro "confine". Se però seguiamo i dettami della pubblicità o dei social, rischiamo di inserire nel nostro io elementi fragilissimi. Se inserisco la "stima degli altri" tra i miei valori fondanti, crollerò il giorno in cui passerò da mille like a cinquanta. Se introietto l'idea di dover essere "sempre in ordine" per essere amata, un commento distratto sulle mie rughe diventerà un attacco alla mia identità. Dovremmo chiederci, con onestà: a cosa stiamo dando il potere di definirci? Perché ogni estensione del nostro io è, di fatto, un’estensione della superficie di minaccia, un qualcosa in più da difendere. Ne vale veramente la pena?