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Il futuro in trappola

o di come le erbacce dell'ansia stritolano la pianta della passione nel nostro giardino interiore
02/01/2026 • Miles Velain
Il futuro in trappola

Dicembre: tempo di previsioni. Non è ancora finito quest’anno che già stiamo pensando al prossimo. Facciamo propositi, pianifichiamo cambiamenti, ci impegnamo ad immaginare come “migliorare” questo o quello. E lo facciamo perché siamo presuntuosi. Sì, nel senso puro del termine di pre-sumere (dal latino) ovvero di “prendere prima”, anticipare. Ecco: non possiamo aspettare che il futuro “si sveli a noi”, che arrivi a farci un dono inaspettato, eh no, dobbiamo sapere prima. Non possiao tollerare la sorpresa. Questa ansia di sapere prima deriva dalla nostra insicurezza e da un senso errato delle conseguenze. Siamo una civiltà spaventata, abbiamo paura e poi abbiamo ansia, ovvero abbiamo paura di aver paura, e quindi... Quindi non ci possiamo lasciare sorprendere. Le sorprese sono brutte. Persino ai matrimoni facciamo le liste nozze. Persino a Babbo Natale chiediamo una cosa precisa. Non c’è spazio per la casualità, bisogna evitare l’inaspettato. La fregatura, l’assalto, il tranello, la botta, il colpo, la mazzata... Sono dietro l’angolo. Dobbiamo sapere cosa c’è prima di svoltare! Siamo sicuri che sia la strategia giusta? Avrà anche la sua utilità la nostra ansia di futuro ma... Ma ha un innegabile effetto collaterale: rinchiuderci in noi stessi. L’equazione è semplice: se io penso al futuro, quale futuro potrò immaginare se non quello che io già sono capace di immaginare, ovvero quello che – in qualche modo – già so? Lo vediamo chiaro nelle relazioni: quando cerchiamo una relazione diciamo di volere qualcunu che ci “sorprenda” ma poi abbiamo tutta una lista di caratteristiche che deve avere. E certamente non può essere quellu con quella orribile felpa rosa. E non può essere il/la collega che esce sempre prima... E non può essere... E a forza di non può essere, cosa rimane da offrirci al nostro povero futuro? Lo vediamo anche nei compiti che dobbiamo affrontare. Per esempio se dobbiamo scrivere un libro, vogliamo creare un video, un canale social, o qualsiasi altra cosa che può andare bene o male. Cosa facciamo in quel caso? Cominciamo a censurarci. Cominciamo a dire che “scritto così non va bene” o che “ma guarda che voce da papera rideranno tutti di me” ecc... E quindi poi il libro (l’articolo, il post, la lettera a quella persona) non lo scriviamo. Il video lo cancelliamo. Non diamo – in altre parole – una possibilità al futuro di fare quello che vuole, vogliamo che faccia quello che abbiamo già in testa noi. Già, ma se viviamo un futuro identico a quello che abbiamo immaginato... Che ne sarà della passione? Che ne sarà di quella forza che ci fa reagire alle avversità, lottare per cambiare quello che non ci va (anche di noi stessi)? Dove andrà a finire quella forza che ci genera dentro entusiasmo e fiducia dovuti allo scoprire nuove parti di noi, nuove capacità? E’ vero, è innegabile: in quello che non conosciamo – nel futuro cioè – ci possono essere spaventi (= sorprese negative). Ma ci possono essere anche sollievi (= sorprese positive). Negandoci la possibilità di spaventi ci neghiamo anche la possibilità di sollievi, e finiamo con il vivere la nostra vita in uno stato d’ansia costante. Tutto questo non ci succede per caso, ma ci succede perché siamo cresciuti mettendo troppo l’accento fuori e guardando troppo poco dentro di noi. Pensiamo quindi di non essere in grado di affrontare gli spaventi, pensiamo di doverci proteggere perché siamo deboli, siamo incapaci, siamo inadatti. Dobbiamo studiare di più, difenderci di più, stare più attenti. O forse dovremmo solo accettare non è tutto sotto il nostro controllo e... Va bene così! Va bene così perché – ammettiamolo – non siamo questi grandi “controllori”. Facciamo pasticci, ci sbagliamo, ci dimentichiamo cose... Da dove ci nasce la pretesa di voler controllare tutto? L’ansia del controllo nasce dal sentirsi incapaci di affrontare il mondo fuori e – fino ad un certo punto del nostro sviluppo – aveva anche senso: se io sono un bambino di 3 in un mondo di adulti forse un po’ consapevolezza di non sapere affrontare tutto mi serve. Dovrebbe però esserci un momento di passaggio in cui io capisco di non essere più bambino incapace e bisognoso d’aiuto, ma adulto, capace e valido, che può anche collaborare con altri e di qualcuno avere pur bisogno, ma che può affrontare da solo le proprie sfide, l’ambiente, l’esterno e... E le sorprese del futuro. Per fare questo bisogna lasciare fiorire in noi una consapevolezza molto importante: quello che conta davvero non è cosa fa il futuro "là fuori", ma cosa facciamo noi dentro di noi. Ritrovare il nostro “sé autentico” ci porta ad essere in grado di affrontare qualsiasi futuro. Smettendo di aver bisogno di prevederlo e iniziando a viverlo, a godere di tutti gli arricchimenti che ci può portare. Non siamo però abituati a guardarci dentro e crescere. La scuola e l’educazione ci preparano per svolgere un ruolo sociale (e ci sta, siamo in una società, del resto) ma dimenticano di educarci a guardare dentro di noi, a capire chi siamo, quali sono le nostre possibilità e i nostri limiti. Per fortuna è un percorso che possiamo fare in ogni momento. E per fortuna possiamo anche avere qualcuno che ci affianca e ci dà un sostegno in questo cammino: un mentore, qualcuno che ci sia già passato e ci aiuti a superare quei blocchi, quelle paure, quelle ansie che ci impediscono di essere noi e di abbracciare il nostro futuro.