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Malcolm & Marie: l'analfabetismo emotivo dietro il successo

Riflessioni a partire dal film di Sam Levinson
15/10/2026 • Teresa Natale
Malcolm & Marie: l'analfabetismo emotivo dietro il successo

Malcolm & Marie: l'analfabetismo emotivo dietro il successo Riflessioni a partire dal film di Sam Levinson C'è una scena, in Malcolm & Marie, che vale più di mille recensioni: un uomo torna a casa dopo il trionfo della sua vita, e non si accorge di aver dimenticato l'unica persona che quel trionfo lo ha reso possibile. Non è distrazione. È cecità. Il film di Sam Levinson (2021), con Zendaya e John David Washington, racconta una notte sola — quella dopo la première del film di Malcolm, ispirato direttamente al passato di Marie, alla sua lotta contro la tossicodipendenza. Lui ha appena ricevuto applausi, elogi, forse presto un premio. Lei ha ricevuto il silenzio: nessun grazie, nel discorso, per la vita che gli ha prestato per farne arte. Da qui parte tutto. Marie si sente derubata — usata come musa, spogliata del diritto di essere riconosciuta come fonte viva di quella storia. Malcolm rivendica il mestiere: è lui il regista, è lui che ha trasformato dolore in opera. Due verità parziali, entrambe vere, entrambe cieche. Il paradosso del successo Malcolm incarna un paradosso che conosco bene, nel lavoro che faccio: può esistere un successo enorme all'esterno, e un arresto evolutivo enorme all'interno. È ossessionato da come lo giudicherà la critica, ma incapace di vedere — davvero vedere — la persona che gli dorme accanto. Il film mostra con crudezza come il successo, quando non è accompagnato da un lavoro interiore, possa isolare invece che unire. Marie, dall'altra parte, gli rinfaccia qualcosa di più sottile della gelosia: non essere amata per ciò che è, ma per quanto la sua sofferenza nutra la creatività di lui. È l'avvertimento centrale del film su certi legami: quando un partner si nutre dell'altro invece di nutrirlo, il legame diventa un prosciugamento travestito da amore. E poi c'è la terza voce, meno intima ma non meno rivelatrice: Levinson usa Malcolm per attaccare la critica cinematografica, accusata di intellettualizzare tutto, di cercare messaggi politici anche dove non ci sono, perdendo la pura espressione artistica. Anche questo è un modo di non farsi vedere fino in fondo — nascondersi dietro la teoria per non esporre la ferita. "Sei solipsistica" C'è una parola, in mezzo al litigio, che mi ha fermata più delle altre: solipsistica. Malcolm la usa contro Marie, come un'accusa. Solipsismo viene dal latino solus (solo) e ipse (se stesso): descrive un atteggiamento di totale chiusura nel proprio mondo interiore, in cui la propria esperienza diventa l'unica realtà che conta. Non si tratta solo di egoismo — è qualcosa di più radicale: l'incapacità di riconoscere che l'altro ha una realtà autonoma, bisogni propri, un punto di vista che non passa per il tuo. Ma è davvero lei, la solipsistica? O è lui? Nel mio ascolto del film, sono entrambi. Ciechi l'uno di fronte all'altra, e — questo è il punto più fine — spesso più bravi a leggere l'altro che a leggere se stessi. Malcolm vede con precisione chirurgica le fragilità di Marie. Marie vede con altrettanta precisione le ferite narcisistiche di Malcolm. Ma nessuno dei due riesce a fare lo stesso movimento verso l'interno. Ed è qui che si consuma la mancanza più grande: un grazie che non arriva. Un grazie che avrebbe dato senso e unione a tutto il percorso fino al successo di lui. Ma per dirlo, serve vedere l'altro nella sua vera partecipazione alla propria vita — e per vedere l'altro, bisogna prima aver visto se stessi. La gratitudine come atto relazionale Nel mio lavoro credo che la gratitudine, nelle coppie, non sia un gesto di cortesia: sia un atto fondativo. È il momento in cui riconosco che l'altro ha contribuito, con la sua presenza, la sua storia, la sua fatica, a qualcosa che sono diventata anche io. Come si fa a non vedere in che modo l'altro ci porta vita, esperienza, persino successo? E forse, per lo stesso meccanismo di cecità, non vediamo nemmeno quando l'altro ci sta portando negli abissi. È l'analfabetismo relazionale che incontro spesso in percorso: due persone che si aggrediscono senza mai davvero andare verso l'altro. Che usano il linguaggio come arma di distruzione anziché come ponte. Che si ascoltano non per capire, ma per trovare il punto debole dove affondare il colpo successivo. Verso la fine del film, però, si apre una crepa. Nascono le prime scuse, i primi accenni di grazie. Ed è lì che Malcolm & Marie dice la cosa più vera: si può essere ottimi registi, si può vincere un Oscar, si può raccontare sullo schermo le grandi passioni umane — e restare, a livello emotivo, straordinariamente piccoli, se non si fa lo sforzo di riconoscere i propri limiti, bisogni, sentimenti. Non possiamo vedere l'altro fino in fondo se prima non abbiamo compreso, fino in fondo, chi siamo. Non è mio compito, qui, mettere etichette cliniche ai personaggi — quello è il lavoro dello psicologo. Il mio, come mentore e come persona che si occupa di scienze della formazione, è indicare che questo analfabetismo relazionale ha un rimedio: si chiama consapevolezza, e si coltiva. Con lavoro. Con amore per la verità di sé, prima ancora che per l'altro.