Victim Blaming nelle Relazioni: Perché Colpevolizzare Chi Soffre è il Modo più Veloce per Impedirgli di Guarire di Dott.ssa Teresa Natale — Anima Riconnessa C'è una frase che mi viene ripetuta spesso, in modi diversi, da persone che vogliono bene a chi sta soffrendo in una relazione difficile. "Ma come facevi a non vederlo?" È una domanda che nasce da un posto genuino — dalla frustrazione di chi ama qualcuno e non riesce a capire perché continui a stare in una situazione dolorosa. Ma è anche una delle frasi più dannose che si possano dire a una persona che sta già lottando con il senso di colpa, la vergogna e il dolore. Perché quella domanda, senza volerlo, sposta la responsabilità. Dall'aggressore alla vittima. Da chi ha fatto il danno a chi lo ha subito. Questo si chiama victim blaming — in italiano, colpevolizzazione della vittima. Ed è più diffuso di quanto pensiamo, anche tra le persone più sensibili e ben intenzionate. Cos'è il victim blaming e perché è così difficile riconoscerlo Il victim blaming non è sempre aggressivo o esplicito. Spesso arriva in forma gentile, quasi premurosa. "Se l'è cercata" è la versione più cruda. Ma esistono forme molto più sottili: * "In fondo tu l'hai scelto" * "Potevi capirlo prima, i segnali c'erano" * "Perché non te ne sei andata subito?" * "Forse sei troppo sensibile" * "Con un po' più di carattere non ti avrebbe trattata così" Ognuna di queste frasi ha lo stesso effetto: fa sentire chi ha già sofferto ancora più sbagliato, ancora più solo, ancora più in colpa. E il paradosso è che spesso chi le dice ama davvero la persona che sta soffrendo. Non vuole ferirla. Vuole capire. Ma lo fa attraverso una lente che ancora non contempla la complessità delle emozioni umane. Perché "bastava volerlo" non funziona Viviamo in una cultura che sopravvaluta il controllo razionale. Crediamo — o vogliamo credere — che con la giusta forza di volontà, con la testa sulle spalle, con un po' di carattere, si possa evitare qualsiasi situazione di dolore. Ma le relazioni non funzionano così. Le scelte affettive non nascono dalla mente razionale. Nascono da un sistema molto più antico e profondo — quello che la neurobiologia chiama sistema di attaccamento, e che la psicologia archetipica descrive come i pattern dell'anima. Sin dall'infanzia, il nostro sistema nervoso impara a riconoscere come "sicuro" ciò che è familiare. Anche quando familiare significa dolore. Anche quando significa confusione, svalutazione, instabilità. Non è debolezza. Non è ingenuità. È un programma che si è installato prima che avessimo gli strumenti per scegliere consapevolmente. Chiedere a qualcuno "perché non te ne sei andata prima?" è come chiedere a qualcuno con una caviglia rotta perché non ha corso più veloce. Il problema non è la volontà. È che lo strumento era compromesso — e nessuno lo aveva ancora aiutato a vederlo. Cosa succede davvero quando una persona rimane in una relazione tossica Bessel Van der Kolk, psichiatra e ricercatore internazionale sul trauma, nel suo libro "Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche (pubblicato da Raffaello Cortina Editore)." spiega con chiarezza come il trauma — anche quello relazionale, anche quello invisibile — si deposita nel corpo e nel sistema nervoso, alterando la capacità di valutare, decidere e agire. Chi subisce abusi psicologici prolungati — svalutazione costante, gaslighting, manipolazione affettiva — non smette di "funzionare" perché è debole. Smette perché il suo sistema nervoso è in uno stato di allerta cronica che consuma ogni risorsa disponibile. In quello stato, andarsene non è semplice come sembra dall'esterno. Lundy Bancroft, esperto di relazioni abusive e autore di "Why Does He Do That?", osserva che le vittime di abusi psicologici spesso non si riconoscono come tali — perché la manipolazione è stata così graduale, così abile, da farle dubitare della propria percezione della realtà. "Il problema più grande non è che non vedano", scrive Bancroft, "è che gli è stato insegnato a non fidarsi di ciò che vedono." Il danno reale del victim blaming Colpevolizzare chi ha subito non è solo ingiusto. È clinicamente controproducente. Quando una persona che ha già vissuto una relazione tossica sente "potevi capirlo prima" o "te la sei cercata", accade qualcosa di preciso: il senso di colpa — già presente, già pesante — si amplifica. La vergogna aumenta. E con essa, la probabilità di chiedere aiuto diminuisce. Molte donne che conosco nel mio lavoro hanno aspettato anni prima di parlare con qualcuno. Non perché non stessero soffrendo. Ma perché avevano paura del giudizio. Perché avevano già sentito — o immaginato — quelle frasi. E preferivano il silenzio al rischio di sentirsi dire che avrebbero dovuto sapere. Questo è il danno reale del victim blaming: non solo ferisce. Isola. E nell'isolamento, lo schema può continuare indisturbato. Come possiamo fare la differenza — nella vita di chi amiamo Se hai vicino qualcuno che sta attraversando una relazione difficile, o che ne sta uscendo, la cosa più potente che puoi fare non è dargli risposte. È offrirgli uno spazio sicuro. Concretamente, significa: Sostituire il giudizio con la curiosità. Invece di "come facevi a non vederlo", prova con "come stai adesso?" o "di cosa hai bisogno?". Separare la comprensione dalla valutazione. Capire perché una persona è rimasta in una relazione tossica non significa giustificare la tossicità. Significa riconoscere la complessità umana. Ricordare che guarire ha bisogno di spazio sicuro. Non di verdetti. Non di "te l'avevo detto". Ma di presenza, ascolto e fiducia nel processo dell'altra persona. Una parola per chi sta leggendo e si riconosce Se mentre leggevi hai sentito che queste parole ti appartengono — se hai vissuto una relazione che ti ha lasciata confusa, svuotata, in colpa senza sapere perché — voglio dirti una cosa sola. Non è colpa tua. Non perché le tue scelte non abbiano avuto un peso. Ma perché quelle scelte sono nate da un posto profondo, da ferite che erano lì prima ancora che quella relazione iniziasse. E da un programma interiore che nessuno ti ha ancora aiutato a vedere. Riconoscere quello schema — illuminarlo, comprenderlo, e poi disinstallarlo — è esattamente il lavoro che si può fare. Con il tempo giusto, lo spazio giusto, e il sostegno giusto. Non sei sbagliata. Eri fedele a uno schema che non ti appartiene più. — Dott.ssa Teresa Natale Specialista in Riconnessione Relazionale | Anima Riconnessa Se questo articolo ti ha toccata e senti che è arrivato il momento di lavorarci davvero, sono qui. Puoi scrivermi o scoprire il percorso Anima Riconnessa — Il Percorso dalla pagina dedicata.