Articolo del Blog

  • Home
  • -
  • Blog - Articolo

Diario del Mentore

Quando una relazione restituisce energia
19/09/2026 • Daniela Ansani
Diario del Mentore

Era metà luglio e io ero in ufficio, alle prese con una settimana tutt'altro che semplice. Nei giorni successivi avrei dovuto sostituire il responsabile ed il vice, che si sarebbero assentati contemporaneamente per problemi familiari. Eravamo già sotto organico e, insomma, mi aspettava un fine settimana niente male. Ero lì a pensare a come organizzarmi quando arriva, nella chat del gruppo di mentoring, il messaggio di una delle mie mentee: “Scusate il poco preavviso, ma non è che per caso pomeriggio riusciamo a organizzare una sessione?” Era una sessione inserita nel nostro Mentoring Summer Camp, che avevamo organizzato tra mentori proprio per continuare a esercitarci durante l'estate. Non c'erano quindi particolari rigidità: potevamo concordare liberamente le sessioni, sperimentare, confrontarci. La mia prima reazione è stata: “Caspita, e adesso come faccio?” Ero in ufficio, immersa nella confusione della giornata, non mi ero preparata e avevo già la testa piena di quello che mi aspettava nei giorni successivi. Poi, però, mi arriva un messaggio privato della mia mentee: “Se non riesci non preoccuparti, facciamo un altro giorno.” E quella frase mi fa fermare. Non c'era nessuna pressione. Nessun obbligo. Ma la sua richiesta era arrivata e, in qualche modo, avevo percepito che in quel momento aveva bisogno di quello spazio. Così penso: “Va bene, dai. Proviamo.” Mi sarei riguardata quello che avevamo fatto nella sessione precedente, gli esercizi che le avevo assegnato e qualche appunto. Non avevo bisogno di costruire chissà quale sessione perfetta. Avrei potuto semplicemente ripartire da lì. Ho accettato, chiedendo soltanto di avere, una volta rientrata a casa, almeno una mezz'ora per me. Non per preparare la sessione. Per staccare. Avevo bisogno di lasciare per qualche minuto la persona che ero stata durante la giornata lavorativa, con le sue incombenze, le responsabilità, le urgenze e la necessità di organizzare tutto, per poter entrare in un altro spazio. Quasi uno switch. Da impiegata a mentore. E così, dopo quella mezz'ora, mi sono collegata alla sessione. La mentee e l'osservatrice si sono collegate e ho iniziato dando spazio. Anzi, ancora prima di iniziare avevo scritto alla mentee in privato: “Vieni serena in sessione, non preoccuparti.” E proprio l'accoglienza è stata la parola chiave di quella sessione. L'ho lasciata parlare di quello che l'aveva turbata, delle dinamiche familiari che aveva deciso di raccontarmi, di come si era sentita. Ho cercato semplicemente di esserci, interrompendola soltanto quando avevo bisogno di qualche chiarimento per comprendere meglio quello che stava vivendo. Si era trovata a fare i conti con dinamiche familiari antiche e questo l'aveva destabilizzata. Abbiamo parlato dell'importanza di continuare a mostrarsi autentica, di ascoltare se stessa e il proprio corpo, ma anche di dare spazio alle proprie emozioni. Le ho lasciato poi un esercizio per la sessione successiva, per iniziare a osservare e riconoscere alcuni dei suoi schemi automatici. Alla fine della sessione è arrivato il suo feedback.Mi ha ringraziato non solo per la disponibilità, ma soprattutto perché si era sentita accolta e ascoltata, nonostante il poco preavviso. Accolta e ascoltata da me e dall'osservatrice. Ed è proprio qui che è arrivata la mia sorpresa. Nonostante le premesse di quella giornata, la stanchezza, il periodo lavorativo complicato e tutto quello che avevo ancora da affrontare, alla fine della sessione non mi sono sentita esausta. Mi sono sentita rigenerata. E allora ho iniziato a riflettere. Io mi considero una persona introversa. Mi ricarico soprattutto nel mio spazio interiore: leggendo, studiando, riflettendo, lavorando su di me. Molte relazioni, soprattutto quelle che sento poco significative o nelle quali devo semplicemente rispondere a richieste esterne, mi richiedono energia. Quella sera, però, è accaduto qualcosa di diverso. Ero arrivata alla sessione stanca. E ne sono uscita ricaricata. Non penso che questo significhi che il mio tipo psicologico sia cambiato, né che ci sia improvvisamente dell'estroversione in me.Forse ho semplicemente scoperto che non tutte le relazioni consumano energia. Ci sono relazioni che possono nutrire. Nel mentoring ho la possibilità di comunicare con gli altri in una modalità completamente diversa da quella lavorativa. Nel mio lavoro ci sono clienti, colleghi, dinamiche che possono essere conflittuali, aspettative da gestire e, inevitabilmente, ruoli da indossare. C'è la parte dell'impiegata professionale, quella che deve gestire il cliente, trovare soluzioni, mediare, affrontare le difficoltà. Nel mentoring, invece, posso mettere a disposizione una parte diversa di me. Posso ascoltare. Posso accompagnare. Posso esserci e sento che sto dando valore a qualcosa di importante per me. Quella sera ho capito che il mentoring non mi toglie energia. Me la restituisce. E, permettetemi la metafora in gergo bancario, visto che questo è pur sempre il mio mondo professionale: me la restituisce con gli interessi.