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Settant'anni dopo de Beauvoir, la fiducia è ancora la frontiera

L'amore che non abbiamo ancora imparato Settant'anni dopo de Beauvoir, la fiducia è ancora la frontiera di Teresa Natale
09/06/2026 • Teresa Natale
Settant'anni dopo de Beauvoir, la fiducia è ancora la frontiera

Settant'anni dopo de Beauvoir, la fiducia è ancora la frontiera di Teresa Natale Nel 1950, Simone de Beauvoir scrisse un articolo che avrebbe potuto essere scritto ieri. Si intitolava «E ora che la donna cambi il volto dell'amore» e conteneva una domanda che ancora oggi brucia: è così difficile concepire una forma d'amore che non preveda la sottomissione di uno dei due partner, ma una reale uguaglianza? Settantacinque anni dopo, la risposta è ancora incerta. Quello che de Beauvoir aveva visto De Beauvoir era lucida su una cosa fondamentale: la forma d'amore che la nostra civiltà aveva conosciuto fino a quel momento era fondata sull'ingiustizia. La donna amante doveva venerare, adorare, prostrarsi. E appena smetteva di farlo, l'uomo andava nel panico — non perché perdesse l'amore, ma perché perdeva il proprio specchio. La sua visione del futuro era però tutt'altro che pessimista. Scriveva: «In un amore davvero egualitario la donna non dovrà rinunciare al suo ruolo di alleata, ma anche l'uomo verrà essere lì per lei come sostegno e supporto.» E ancora, nella chiusura dell'articolo, con una forza che colpisce ancora oggi: «Se gli uomini e le donne saranno in grado di vincere la propria diffidenza, scopriranno che attraverso la libertà e l'uguaglianza sarà possibile resuscitare la coppia.» Resuscitare. Non costruire da zero — resuscitare. Come qualcosa che esiste già, ma che aspetta di essere riportato in vita. Cosa è cambiato — e cosa no Molto è cambiato. Le donne sono effettivamente più indipendenti, più consapevoli, più capaci di scegliere. Gli uomini, almeno in parte, hanno iniziato a fare i conti con quella devozione che de Beauvoir chiedeva loro di sperimentare in prima persona. Ma c'è qualcosa che il suo testo non poteva prevedere completamente: la risposta di molti, oggi, non è la lotta per un amore diverso. È la rinuncia all'amore stesso. Sempre più persone scelgono di non entrare in relazioni. Non per indipendenza autentica — per stanchezza. Per delusione accumulata. Per una sfiducia così profonda da non riuscire più a immaginare che valga la pena rischiare di nuovo. De Beauvoir aveva identificato il problema nel non riconoscersi — le donne che rinnegano l'amore associandolo alla schiavitù, gli uomini che non riconoscono l'amore in una donna libera. Ma oggi c'è un gradino in più, ancora più a monte: molte persone non si fidano più di se stesse abbastanza da fidarsi dell'altro. Il problema non è l'altro — siamo noi Qui sta, credo, il nodo più profondo che la nostra epoca deve ancora sciogliere. Non ci conosciamo. Non nel senso superficiale delle preferenze o delle abitudini — nel senso profondo. Non sappiamo cosa proviamo davvero, cosa vogliamo davvero, dove finisce il nostro bisogno autentico e dove inizia la risposta automatica a una ferita vecchia. Ci lasciamo manipolare da miti sull'amore — il principe, la salvatrice, il colpo di fulmine, la relazione che deve essere facile — e quando la realtà non corrisponde, concludiamo che l'amore non esiste, o che non fa per noi. La delusione è reale. Ma spesso ciò che ci delude non è l'amore — è l'immagine che avevamo dell'amore. Un'immagine costruita su aspettative che nessun essere umano reale potrebbe mai soddisfare. E allora si chiudono le porte. Si costruiscono maschere — di indifferenza, di autosufficienza, di cinismo. Si portano avanti piccole o grandi rivalse. Si impara a non sperare, perché non sperare fa meno male che sperare e restare delusi. Il risultato è una solitudine che non si chiama con il suo nome. I surrogati dell'amore C'è un fenomeno che osservo spesso nel mio lavoro, e che mi sembra uno dei segnali più rivelatori del momento che stiamo attraversando. Le persone riversano su animali domestici, su oggetti, su relazioni virtuali, su dinamiche di dipendenza affettiva — tutta quella capacità di amare che non riescono più a portare nelle relazioni reali. Non è giudizio: è comprensione. Il cane non ti delude. La bambola non ti abbandona. Lo schermo non ti chiede di essere vulnerabile. Ma nessuno di questi surrogati può darti quello che solo una relazione vera può dare: lo sguardo di qualcuno che ti conosce davvero — con le ferite, con le ombre, con tutto ciò che hai cercato di nascondere — e sceglie di restare. Quel tipo di amore richiede di essere conosciuti. E per essere conosciuti bisogna prima conoscersi. La fiducia come lavoro profondo De Beauvoir chiudeva il suo articolo parlando di fiducia. Ed è lì, credo, che ancora ci attendiamo. Non la fiducia nell'altro — quella viene dopo. Prima viene la fiducia in se stessi. La capacità di stare con ciò che si sente senza fuggire, senza trasformarlo immediatamente in accusa verso l'altro, senza minimizzarlo finché non esplode. La capacità di sopportare la propria sofferenza senza doverla risolvere di corsa attraverso qualcuno o qualcosa di esterno. Fidarsi di se stessi significa anche sapere chi si è abbastanza da potersi promettere qualcosa — e mantenere quella promessa. Non la promessa romantica all'altro, che spesso è ancora troppo presto. La promessa a se stessi: di non tradirsi, di non scomparire nella relazione, di restare presenti a ciò che si sente mentre si è con l'altro. L'amore di cui parla de Beauvoir — quello egualitario, fondato sull'amicizia, sulla reciprocità, sul sostegno mutuo — non è possibile senza questo fondamento. Non perché sia una precondizione teorica, ma perché senza la conoscenza di sé si finisce inevitabilmente per cercare nell'altro ciò che manca dentro. E quando l'altro non colma quel vuoto — come non può, come non è giusto che faccia — arriva la delusione, e con essa la chiusura. L'amore come ingresso nell'altro — e ritorno a sé Se vogliamo dare all'amore un significato che regga il peso della vita reale, dobbiamo forse rinunciare all'idea che sia principalmente un sentimento. E iniziare a pensarlo come una pratica. La pratica di entrare nel fulcro dell'altro — sapendo che una vita intera non basterà per conoscerlo completamente, e che questa incompletezza non è un difetto ma la sua natura più profonda. La pratica di sostenere l'altro mentre sostiene te — non in modo simmetrico e contabile, ma in quel flusso vivo che va e viene come la respirazione. La pratica di restare presenti a se stessi mentre si è presenti all'altro — senza perdersi nella fusione, senza chiudersi nella separazione. Un amore che garantisca anche la propria individuazione. Non nonostante l'altro — attraverso l'incontro con l'altro. Quello che ci aspetta De Beauvoir aveva ragione: le vecchie forme di sensibilità stanno morendo. Alcune sono già morte. E al loro posto possono nascere forme nuove — più oneste, più libere, più capaci di reggere la complessità di due persone reali che si incontrano. Ma quella nascita non è automatica. Richiede un lavoro — individuale, interiore, spesso scomodo. Il lavoro di conoscersi abbastanza da non aver bisogno che l'altro ci definisca. Da non aver bisogno di surrogati per sentire che siamo capaci di amare. Da non aver bisogno di maschere per proteggersi da un dolore che in realtà non si è ancora davvero attraversato. La fiducia di cui parla de Beauvoir — quella che permetterebbe di resuscitare la coppia — inizia qui. Non nell'incontro con l'altro. Nell'incontro con se stessi. Quando sapremo fidarci davvero di ciò che siamo — con le ferite, con le ombre, con tutta la complessità che porta una vita vissuta — allora forse potremo fidarci anche dell'altro. Non ciecamente. Non in modo ingenuo. Ma con quella qualità di presenza che è l'unica cosa che l'amore, nella sua forma più autentica, chiede davvero. — Dott.ssa Teresa Natale Specialista in Riconnessione Relazionale | Anima Riconnessa